Perché il Cane Abbaia? Cause e Come Interpretare il Comportamento

Perché il cane abbaia? Questa è una delle domande più frequenti tra le persone che vivono con un cane. L’abbaio è infatti una delle principali forme di comunicazione dell’animale e può avere numerose funzioni.

Un cane può abbaiare quando percepisce qualcosa di insolito, quando vuole attirare l’attenzione, durante il gioco, per eccitazione, paura, frustrazione o in risposta a determinati stimoli ambientali.

Per comprendere realmente il significato dell’abbaio è quindi necessario andare oltre il semplice rumore e osservare la situazione nel suo complesso. Frequenza, intensità, durata, postura e contesto possono fornire informazioni utili.

1. L’Abbaio Fa Parte della Comunicazione del Cane

Abbaiare è un comportamento naturale.

I cani utilizzano le vocalizzazioni insieme al linguaggio del corpo per comunicare con altri animali e con le persone.

L’abbaio non dovrebbe quindi essere considerato automaticamente un comportamento negativo. Il problema può sorgere quando diventa molto frequente, difficile da interrompere oppure collegato a una situazione di disagio che non viene compresa.

L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente eliminare ogni vocalizzazione, ma comprendere perché il cane abbaia e gestire la situazione in modo appropriato.

2. Perché il Cane Abbaia per Allerta

Una delle cause più comuni è la risposta a qualcosa che il cane percepisce come insolito.

Un rumore sul pianerottolo, una persona davanti alla porta, un animale visto dalla finestra o un suono proveniente dall’esterno possono attivare un comportamento di allerta.

In questi casi l’abbaio può rappresentare una forma di comunicazione con cui il cane segnala la presenza di uno stimolo.

La reazione può variare molto in base alla personalità dell’animale e alle esperienze precedenti.

3. Il Cane Abbaia per Paura

La paura è un’altra possibile causa.

Rumori forti, persone sconosciute, altri cani, ambienti nuovi o determinate esperienze possono provocare una risposta di stress.

L’abbaio associato alla paura può essere accompagnato da altri segnali, come arretramento, corpo rigido, coda bassa, orecchie all’indietro o tentativi di allontanamento.

In questi casi è importante osservare l’intero comportamento e non concentrarsi soltanto sulla vocalizzazione.

4. Abbaio per Eccitazione

Alcuni cani abbaiano quando sono particolarmente eccitati.

Può accadere prima della passeggiata, durante il gioco, quando arriva una persona conosciuta o quando anticipano un’attività che apprezzano.

L’abbaio può essere accompagnato da movimenti rapidi, salti, coda in movimento e difficoltà a rimanere fermi.

In queste situazioni l’obiettivo educativo può essere aiutare il cane a gestire gradualmente il livello di attivazione.

5. Quando il Cane Abbaia per Attirare l’Attenzione

Un cane può imparare che abbaiare porta a una determinata risposta da parte delle persone.

Se ogni volta che abbaia ottiene cibo, gioco, carezze, accesso a una determinata area o attenzione, può associare la vocalizzazione alla possibilità di ottenere ciò che desidera.

Questo non significa che ogni abbaio rivolto alla persona sia necessariamente una richiesta di attenzione.

Anche in questo caso è importante osservare il contesto e considerare ciò che accade prima e dopo la vocalizzazione.

6. Abbaio e Noia

La mancanza di stimolazione può contribuire alla comparsa di alcuni comportamenti indesiderati.

Un cane che trascorre molto tempo senza adeguate opportunità di movimento, esplorazione e interazione può manifestare irrequietezza o vocalizzazioni frequenti.

Le esigenze variano in base a età, caratteristiche individuali, stato di salute e livello di attività del cane.

Per questo è utile costruire una routine che includa attività fisica, esplorazione e stimolazione mentale adeguate.

7. Il Cane Abbaia Quando Rimane Solo

Alcuni cani possono vocalizzare quando vengono lasciati soli.

Se l’abbaio compare insieme ad altri segnali di disagio, come irrequietezza, distruzione di oggetti, eliminazioni inappropriate o tentativi di fuga, può essere opportuno approfondire la situazione.

Non è consigliabile interpretare automaticamente questi comportamenti come un semplice problema di educazione.

Quando il disagio legato alla solitudine è significativo, il supporto di un professionista può aiutare a individuare un percorso appropriato.

8. Perché il Cane Abbaia alle Persone

L’abbaio rivolto alle persone può avere origini diverse.

Il cane può essere curioso, eccitato, timoroso, territoriale o semplicemente reagire a una persona che si avvicina troppo rapidamente.

Per capire la causa è utile osservare la postura e la distanza mantenuta dall’animale.

Un cane che arretra mentre abbaia comunica una situazione diversa rispetto a un cane che avanza con il corpo rigido. La vocalizzazione è la stessa, ma il contesto cambia completamente.

9. Perché il Cane Abbaia agli Altri Cani

Anche l’abbaio verso altri cani può avere diverse motivazioni.

Può essere legato all’eccitazione, alla paura, alla frustrazione, alla volontà di aumentare la distanza oppure alla difficoltà di gestire l’incontro.

In particolare, un cane che abbaia mentre è trattenuto al guinzaglio può vivere una situazione differente rispetto a quella di un cane libero di muoversi.

Osservare la distanza, la postura e le reazioni prima e dopo l’incontro può aiutare a comprendere meglio il comportamento.

10. Perché il Cane Abbaia di Notte

L’abbaio notturno può essere particolarmente fastidioso, ma è importante cercare di comprenderne l’origine.

Rumori esterni, animali, persone che passano, cambiamenti nell’ambiente o difficoltà legate alla solitudine possono contribuire alla vocalizzazione.

Anche l’età può essere un fattore da considerare. Se un cane anziano manifesta improvvisamente vocalizzazioni notturne o altri cambiamenti comportamentali, è consigliabile parlarne con il veterinario.

11. Come Interpretare il Tipo di Abbaio

Non esiste una traduzione universale di ogni singolo tipo di abbaio.

Tuttavia, alcuni elementi possono essere osservati:

  • frequenza delle vocalizzazioni;
  • durata;
  • intensità;
  • pause;
  • postura del corpo;
  • direzione dello sguardo;
  • distanza dallo stimolo;
  • comportamento immediatamente precedente.

L’interpretazione diventa più affidabile quando questi elementi vengono considerati insieme.

12. L’Importanza del Linguaggio del Corpo

L’abbaio deve essere sempre interpretato insieme al linguaggio corporeo.

Un cane che abbaia con una postura rilassata durante il gioco presenta un quadro diverso da un cane che abbaia con corpo rigido, coda bassa e tentativi di allontanamento.

Anche le orecchie, gli occhi e i movimenti possono contribuire a comprendere lo stato emotivo dell’animale.

Per questo osservare soltanto la vocalizzazione può portare a interpretazioni errate.

13. Cosa Fare Quando il Cane Abbaia Spesso

Il primo passo consiste nell’individuare lo stimolo che precede l’abbaio.

Può essere utile annotare quando il comportamento si presenta, in quale luogo, con quali persone o animali e cosa accade immediatamente prima.

Questa osservazione permette di individuare eventuali schemi ricorrenti.

Una volta identificato il contesto, è possibile lavorare sulla gestione dello stimolo e sull’apprendimento di comportamenti alternativi, eventualmente con il supporto di un professionista.

14. Perché Punire l’Abbaio Non Risolve Sempre il Problema

Punire sistematicamente il cane per ogni vocalizzazione può non risolvere la causa del comportamento.

Se l’abbaio nasce dalla paura, per esempio, eliminare la vocalizzazione senza intervenire sulla situazione che genera il disagio può lasciare invariato il problema.

Inoltre, alcune forme di punizione possono aumentare lo stress dell’animale.

Un approccio basato sull’osservazione della causa, sulla gestione dell’ambiente e sull’apprendimento di comportamenti alternativi può essere più utile in molti casi.

15. Come Ridurre gli Stimoli che Favoriscono l’Abbaio

In alcune situazioni è possibile intervenire sull’ambiente.

Se il cane abbaia continuamente osservando ciò che accade fuori dalla finestra, per esempio, può essere utile ridurre l’accesso visivo agli stimoli che provocano la reazione.

Se invece il problema compare davanti alla porta di casa, è possibile lavorare sulla gestione degli arrivi e delle partenze.

Questi interventi non sostituiscono un percorso educativo quando il problema è complesso, ma possono contribuire a ridurre alcune occasioni di vocalizzazione.

16. Attività Fisica e Stimolazione Mentale

Un’attività quotidiana adeguata può contribuire al benessere generale del cane.

Passeggiate, esplorazione olfattiva, attività di ricerca e giochi adatti alle caratteristiche individuali possono offrire opportunità di movimento e stimolazione.

Non esiste però una quantità di attività valida per tutti i cani. Età, razza, condizioni fisiche e caratteristiche individuali devono essere considerate nella costruzione della routine.

17. Quando l’Abbaio Diventa un Problema

L’abbaio può diventare problematico quando è molto frequente, persistente o associato a situazioni che compromettono la qualità della vita del cane o delle persone che vivono con lui.

Particolare attenzione va prestata quando il comportamento compare improvvisamente o quando è accompagnato da altri cambiamenti.

Un professionista può aiutare a individuare la funzione del comportamento e a sviluppare strategie coerenti con le esigenze dell’animale.

18. Il Ruolo del Veterinario

Quando una variazione comportamentale è improvvisa o significativa, è importante considerare anche la possibilità di una causa fisica.

Dolore, disturbi sensoriali o altre condizioni mediche possono influenzare il comportamento.

Il veterinario rappresenta quindi il riferimento per valutare eventuali cause di salute, soprattutto quando l’abbaio è associato ad altri sintomi o compare in un cane che in precedenza non manifestava questo comportamento.

19. Come Costruire una Relazione Basata sulla Comunicazione

Imparare a interpretare l’abbaio significa anche imparare ad ascoltare il cane nel suo complesso.

La comunicazione non passa soltanto dalla voce, ma comprende postura, movimento, espressioni, distanza e comportamento.

Conoscere questi segnali aiuta a comprendere meglio le esigenze dell’animale e a creare interazioni più prevedibili e rispettose.

20. Quando Chiedere Aiuto a un Professionista

Se non è possibile individuare la causa dell’abbaio, se il comportamento aumenta o se compaiono paura, aggressività o forte disagio, può essere utile rivolgersi a un professionista qualificato.

Il percorso dovrebbe partire dalla comprensione della funzione del comportamento e non dalla semplice eliminazione della vocalizzazione.

Una valutazione individuale permette di considerare la storia del cane, il suo ambiente, le esperienze precedenti e le caratteristiche della situazione.

Conclusione

Capire perché il cane abbaia richiede attenzione al contesto e all’insieme dei segnali comunicativi.

L’abbaio può indicare allerta, paura, eccitazione, richiesta di attenzione, frustrazione o altre condizioni, e la stessa vocalizzazione può avere significati differenti in situazioni diverse.

Per questo non esiste una soluzione universale per tutti i cani. Osservare ciò che accade prima e dopo l’abbaio, considerare il linguaggio del corpo e intervenire sulla causa, quando possibile, sono passaggi fondamentali per comprendere meglio il comportamento.

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Come Capire il Comportamento del Cane: Segnali e Linguaggio

Capire il comportamento del cane significa imparare a osservare e interpretare una forma di comunicazione che non utilizza le parole, ma si basa principalmente su postura, movimenti, espressioni, vocalizzazioni e contesto.

Un cane comunica continuamente con chi gli sta intorno. Una coda che cambia posizione, le orecchie orientate in una determinata direzione, uno sbadiglio, un allontanamento o un particolare modo di guardare possono fornire informazioni sul suo stato emotivo e sulle sue intenzioni.

Imparare a riconoscere questi segnali permette di comprendere meglio le esigenze del proprio animale e di intervenire in modo più adeguato quando qualcosa sembra non andare. È però importante evitare di interpretare un singolo comportamento in maniera isolata: per comprendere realmente il cane bisogna osservare l’insieme dei segnali e considerare sempre il contesto.

1. Perché è Importante Capire il Comportamento del Cane

La comunicazione canina è fondamentale nella relazione tra animale e persona.

Riconoscere i segnali del proprio cane può aiutare a capire quando è tranquillo, quando vuole interagire, quando preferisce essere lasciato solo o quando una situazione gli provoca disagio.

Una corretta interpretazione dei comportamenti può inoltre contribuire a prevenire situazioni di conflitto. Un cane che si allontana, evita lo sguardo o manifesta segnali di tensione potrebbe infatti comunicare che una determinata situazione non gli è gradita.

Osservare questi segnali prima che il disagio aumenti consente di rispettare maggiormente i suoi tempi e i suoi spazi.

2. Il Linguaggio del Corpo del Cane

Gran parte della comunicazione del cane passa attraverso il corpo.

Per interpretare correttamente un comportamento è utile osservare contemporaneamente:

  • postura;
  • posizione della testa;
  • orecchie;
  • occhi;
  • bocca;
  • coda;
  • movimento del corpo;
  • distanza dalle persone o dagli altri animali.

Un singolo elemento raramente è sufficiente per comprendere lo stato emotivo dell’animale.

La posizione della coda, per esempio, può assumere significati differenti a seconda della postura generale e della situazione in cui il cane si trova.

3. Cosa Comunica la Coda

La coda è uno degli elementi più osservati nella comunicazione canina, ma non deve essere interpretata in modo automatico.

Una coda che si muove non significa necessariamente che il cane sia felice. Il movimento può accompagnare differenti stati emotivi e deve essere valutato insieme agli altri segnali.

Una coda rilassata e una postura morbida possono indicare uno stato tranquillo, mentre una coda molto rigida associata a una postura tesa può segnalare una situazione di forte attivazione.

Anche una coda mantenuta molto bassa o raccolta vicino al corpo può comparire in situazioni di paura o disagio.

4. Orecchie e Stato Emotivo

Anche le orecchie forniscono informazioni importanti.

A seconda della razza e della conformazione anatomica, il cane può portare le orecchie in modi differenti. Per questo è importante conoscere il normale comportamento dell’animale prima di interpretare eventuali cambiamenti.

Orecchie orientate verso una fonte di interesse possono accompagnare attenzione e curiosità. Orecchie portate all’indietro possono invece comparire in situazioni di disagio, paura o sottomissione.

È comunque necessario osservare anche postura, espressione e contesto.

5. Lo Sguardo del Cane

Gli occhi rappresentano un altro elemento della comunicazione.

Un cane può osservare attentamente una persona o un altro animale perché è interessato a ciò che sta accadendo. In altri casi può evitare il contatto visivo quando si trova in una situazione percepita come stressante.

Anche la dimensione delle pupille può cambiare in relazione alla luce e allo stato di attivazione, quindi non dovrebbe essere utilizzata da sola per formulare interpretazioni.

L’insieme dei segnali rimane sempre più significativo del singolo dettaglio.

6. La Postura del Corpo

La postura permette di comprendere molto del comportamento del cane.

Un animale rilassato tende generalmente a presentare un corpo morbido e movimenti naturali. Al contrario, una postura rigida può indicare un livello elevato di attenzione o tensione.

Un cane che abbassa il corpo, cerca di aumentare la distanza o si nasconde può manifestare disagio o paura.

Riconoscere questi cambiamenti è particolarmente utile durante incontri con persone sconosciute, altri cani, situazioni rumorose o ambienti nuovi.

7. Quando il Cane Mostra Paura

La paura può manifestarsi in modi diversi.

Tra i possibili segnali possono comparire:

  • tentativo di allontanarsi;
  • corpo abbassato;
  • coda bassa;
  • orecchie portate all’indietro;
  • tremori;
  • immobilità;
  • ricerca di un rifugio;
  • vocalizzazioni insolite.

Non tutti i cani reagiscono allo stesso modo. Alcuni cercano di fuggire, altri possono immobilizzarsi e altri ancora possono reagire aumentando la distanza attraverso comportamenti di minaccia.

Per questo è importante non forzare il cane a rimanere in una situazione che manifesta chiaramente come fonte di disagio.

8. I Segnali di Stress nel Cane

Lo stress può comparire anche in situazioni apparentemente normali.

Alcuni segnali possono essere sbadigli, leccamento del naso o delle labbra, ansimare non collegato all’attività fisica o alla temperatura, irrequietezza, evitamento eccessivo o cambiamenti nelle normali abitudini.

Questi comportamenti non hanno però sempre un unico significato. Uno sbadiglio, per esempio, può essere semplicemente legato alla stanchezza.

È il contesto, insieme alla frequenza e alla combinazione dei segnali, a rendere più significativa l’osservazione.

9. Quando il Cane Cerca Interazione

Un cane interessato a interagire può avvicinarsi spontaneamente, mantenere una postura rilassata e proporre comportamenti di gioco.

Anche l’invito al gioco può essere riconoscibile attraverso una particolare postura, con la parte anteriore del corpo abbassata e quella posteriore sollevata.

Anche in questo caso è importante considerare la situazione generale e non attribuire automaticamente lo stesso significato a ogni movimento.

10. Il Significato delle Vocalizzazioni

Abbaiare, ringhiare, guaire e ululare fanno parte della comunicazione canina.

Il significato di una vocalizzazione dipende da intensità, frequenza, durata e contesto.

Un cane può abbaiare per eccitazione, allerta, richiesta di attenzione, frustrazione o risposta a stimoli ambientali. Il ringhio può essere un segnale di disagio o di avvertimento e non dovrebbe essere punito automaticamente, perché può rappresentare una forma di comunicazione importante.

11. Il Ringhio Non Va Ignorato

Il ringhio è uno dei segnali che meritano particolare attenzione.

Non significa necessariamente che il cane stia per mordere, ma indica generalmente che qualcosa nella situazione sta provocando una risposta significativa.

Punire il ringhio senza comprendere la causa può eliminare un importante segnale di avvertimento senza risolvere ciò che lo ha provocato.

È preferibile valutare il contesto, aumentare la distanza dalla fonte del disagio quando possibile e, se il comportamento è ricorrente o problematico, rivolgersi a un professionista qualificato.

12. Quando il Cane Evita il Contatto

Un cane che si allontana o evita il contatto può semplicemente desiderare spazio.

Questo comportamento è particolarmente importante da rispettare quando compare insieme ad altri segnali di tensione.

Forzare l’interazione può aumentare il disagio e rendere più difficile per l’animale comunicare in modo efficace.

Imparare a riconoscere il bisogno di distanza contribuisce a costruire una relazione basata sulla fiducia.

13. Cambiamenti Improvvisi nel Comportamento

Un cambiamento improvviso del comportamento merita attenzione.

Se un cane normalmente socievole diventa improvvisamente schivo, irritabile o tende a isolarsi, è importante considerare diverse possibili cause.

Il cambiamento può essere collegato all’ambiente, a una variazione della routine, a un’esperienza stressante o anche a un problema fisico.

Quando il cambiamento è improvviso, persistente o associato ad altri sintomi, è opportuno consultare il veterinario per escludere cause mediche.

14. Comportamento e Routine Quotidiana

La routine può influenzare significativamente il comportamento del cane.

Orari regolari per passeggiate, alimentazione, riposo e interazione possono contribuire a creare un ambiente prevedibile.

Questo non significa che la giornata debba essere completamente rigida, ma una certa regolarità può aiutare il cane a gestire meglio le attività quotidiane.

Anche cambiamenti apparentemente piccoli, come un trasloco, l’arrivo di una nuova persona o la modifica degli orari, possono richiedere un periodo di adattamento.

15. L’Importanza di Osservare il Cane nel Contesto

Uno degli errori più comuni consiste nell’interpretare automaticamente un singolo gesto.

Per esempio, leccarsi il naso può avvenire per ragioni molto diverse, così come ansimare può essere legato all’attività fisica, alla temperatura o a uno stato di agitazione.

Per comprendere il comportamento del cane è quindi utile osservare:

  • cosa è successo prima;
  • cosa sta accadendo in quel momento;
  • quali segnali corporei sono presenti;
  • cosa succede immediatamente dopo.

Questa osservazione permette di individuare più facilmente eventuali schemi ricorrenti.

16. Quando Rivolgersi a un Professionista

Se un comportamento problematico si ripete frequentemente, aumenta di intensità o rende difficile la gestione quotidiana, può essere utile chiedere supporto.

Il veterinario può valutare eventuali cause mediche, mentre un professionista qualificato nell’ambito del comportamento animale può aiutare a comprendere meglio i comportamenti e impostare un percorso adeguato.

È particolarmente importante chiedere aiuto quando compaiono aggressività, paura intensa, cambiamenti improvvisi o comportamenti che compromettono significativamente il benessere dell’animale.

Conclusione

Capire il comportamento del cane significa imparare ad ascoltare una comunicazione fatta di segnali corporei, vocalizzazioni e comportamenti.

Coda, orecchie, occhi, postura e movimenti possono fornire informazioni preziose, ma devono essere sempre interpretati nel loro insieme e in relazione al contesto.

Osservare con attenzione il proprio cane permette di riconoscere più facilmente segnali di tranquillità, interesse, paura, stress o disagio e di rispettare maggiormente i suoi bisogni.

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Siamo sicuri che sia davvero gioco?

I cani si rincorrono, si abbaiano, si ringhiano, lottano, si saltano addosso, si fanno agguati su un bel prato verde. Poi improvvisamente scoppia la rissa.
A noi sembrava che giocassero. Cosa è successo improvvisamente?
Se ci fossimo accorti per tempo che il gioco si stava trasformando in qualcos’altro, o che quel “qualcos’altro” è sempre stato tale dall’inizio, forse saremmo potuti intervenire e fermarlo, o non farlo nemmeno iniziare.

Quando è gioco:

Secondo gli etologi Bekoff e Pierce, i cani equilibrati che sanno giocare correttamente applicano al gioco quattro regole fondamentali, che fanno sì che il gioco non degeneri:

  1. Chiedere il permesso prima di iniziare a giocare

È il classico inchino che i cani si fanno prima di iniziare a giocare. Restano per qualche secondo a fissarsi muso a muso e poi uno si inchina. Se l’altro cane risponde con lo stesso segnale, il gioco inizia. Questo segnale ha un preciso significato: tutto quello che accade da adesso in poi è per gioco, facciamo “come se”, ma per finta.

  1. Essere onesti durante il gioco

Il gioco può essere il rincorrersi, il fare la lotta, il competere per una risorsa, il collaborare nel raggiungere un obiettivo, ma nessuno deve approfittarsi dell’altro se quest’ultimo si trova in difficoltà, si evitano movimenti che possono essere considerati imbrogli, ci si deve fidare uno dell’altro. Durante il gioco le interazioni muso a muso e gli inchini possono ripetersi, se i cani hanno la sensazione che sia necessario ribadire che è gioco o si chiede di continuare. Per tutta la durata del gioco i cani esibiscono una mimica facciale tipica dell’interazione ludica: bocca aperta e rilassata e sguardo amichevole: il corrispondente del nostro sorriso. L’espressione è sempre rispecchiata rapidamente e in modo automatico durante gli incroci di sguardi.

  1. Rispettare le regole del gioco

Quando si gioca si controlla l’aggressività, quando la si esprime dev’essere ritualizzata, cioè senza arrivare a ferirsi o farsi davvero male. Altra regola importante è lo scambio dei ruoli: se si gioca a rincorrersi una volta io faccio il predatore e tu la preda, una volta il contrario. Se si fa la lotta, un po’ stai sopra tu, un po’ io. Se ci si contende un oggetto, una volta vinci tu, una volta io. Allo stesso modo, se si è più di due, non si fanno coalizioni durature contro un singolo. Durante il gioco nessuno impone la sua gerarchia sociale sugli altri, siamo tutti pari.

  1. Ammettere quando si ha torto e chiedere scusa

Se per sbaglio un morso è stato troppo pesante, se si è imbrogliato nella foga del gioco, si chiede immediatamente scusa. In genere vengono usati segnali pacificatori, come abbassare le orecchie e farsi piccoli, leccarsi il naso o leccare il muso dell’altro, scodinzolare con movimenti lenti e la coda ad altezza intermedia o bassa, alzare una zampa anteriore, scrollarsi, mantenere una mimica facciale amichevole. Se un cane non ha chiesto scusa, gli altri cani possono escluderlo dal gioco o allontanarlo, anche impositivamente.

Quando NON è gioco:

Quando le interazioni fra i cani vi sembrano gioco ma non vedete questi comportamenti e queste regole, anzi, vedete il contrario, allora non è gioco. Interrompetelo richiamando i vostri cani.
Se vedete che il vostro cane durante un interazione con un altro cane manifesta stress, sbadiglia, gira la testa dall’altra parte, cerca di evitare l’altro, gli ringhia se si avvicina, se prende spazio l’altro lo perseguita, gli abbaia, lo monta, gli mette le zampe addosso e non rispetta i suoi segnali di stop, chiedete al proprietario dell’altro cane di richiamarlo e portate via il vostro. Non è gioco.

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I diritti dei cani e il paradosso della rana bollita

Oltre il 60% degli italiani ha un cane.

Nella narrazione odierna il cane sta sul divano con tutta la famiglia, non più nella cuccia in giardino come negli spot in bianco e nero e nei cartoni animati degli anni 60, non mangia più ossa, ma buon cibo elaborato dalla scienza, ha diritto a cure, welfare e anche libertà.

Queste cose ci danno la misura di come la considerazione del pet in molte zone d’Italia sia rapidamente cambiata, sancendo ormai il passaggio culturale definitivo da una gestione zootecnica del cane a una inclusiva, di membro della famiglia a tutti gli effetti. Ci si chiede se non sia accaduto tutto troppo velocemente, andando a creare conflitti in alcuni settori della società, culturalmente impreparati a questa svolta.

Forse sì, e lo si arguisce, per fare solo un esempio, dalla difficoltà ad accettare la libertà del cane negli spazi verdi urbani da parte di una fetta consistente della popolazione delle città settentrionali. Nel sud Italia invece i cani gestiti liberi sono una cosa normale, e le persone che girano con il cane al guinzaglio (in genere noi turisti del nord) sono guardate un po’ come strambe.

Molte persone, in qualche modo, si sentono minacciate dalla libertà dei cani. Per loro è accettabile socialmente che qualunque altro animale possa circolare libero anche in città, ma i cani no.

Il cane deve stare al guinzaglio perché l’idea è che il cane sia un’animale artificiale, frutto esclusivo della selezione umana. Ma non è così. Se si leggono le ricerche serie, della popolazione di cani nel mondo, circa 500 milioni, l’80% vive in libertà, e una grande fetta di questi sono cani selvatici, animali come i lupi e le volpi, che se la cavano benissimo senza di noi. La gente da noi non sa nemmeno che esistano, i cani selvatici. Pensa che siano randagi abbandonati dall’uomo. Eppure, i branchi di cani selvatici, non parlo dei randagi, esistono anche in Italia. Lo statuto della Regione Sicilia li tutela quanto l’altra fauna selvatica.

Chi è contrario alla libertà dei cani non lo è per paura.

Chi ha paura dei cani va rispettato. La paura è un’emozione, non un ragionamento, e la paura non si può controllare. Infatti, chi ha paura dei cani si tiene a distanza da loro e dai loro proprietari e non va ad argomentare con loro.

Per quelli che argomentano invece appare essere proprio il fattore libertà a scatenare disagio, l’insulto, la rabbia. E spesso la diatriba spunta proprio nei posti dove è permesso liberare i cani dal guinzaglio. Le aree sgambo non recintate a Milano, per esempio, esistono. Basta leggere i regolamenti comunali. E sia chiaro, prima che prosegua: le leggi e le regole, anche se a volte non ci paiono condivisibili, vanno rispettate. Da chi ha un cane e da chi non ce l’ha.

“I cani sporcano, teneteli al guinzaglio”, “la pipì dei cani fa morire gli alberi”, e via dicendo, i luoghi comuni e le affermazioni senza senso spaziano dal mondo dell’assurdo all’ecologismo militante. Quando il disagio in certe persone non riesce più a contrastare il buon senso delle risposte che gli vengono date, estraggono l’arma finale: “I cani non hanno più diritti dei bambini”.

E resti basito.

Ma cosa c’entrano i diritti dei bambini? Ma chi li ha mai messi in discussione i loro diritti? Non importa, il tema bambini vince su tutto. I bambini hanno diritto a tutto e i cani no. E di conseguenza chi ha un cane non amerebbe i bambini. Sarebbe uno psicopatico.

Sono prese di posizione queste, che rivelano come i cambiamenti culturali che avvengono troppo velocemente generano conflittualità nell’opinione pubblica.

In Italia, soprattutto al nord, siamo passati nel giro di pochi decenni dalla gestione zootecnica del cane, tenuto fuori casa, magari alla catena, all’idea del pet, che colloca il cane fra i membri a tutti gli effetti della famiglia, con conseguente estensione al cane dei diritti umani. Nemmeno tutti poi, a ben vedere.

Nella nostra società antropocentrica, la gestione zootecnica del cane non metteva in discussione la questione dei diritti umani, né poneva il problema di compararli a quelli di altre specie. Ma se le cose cambiano ecco spuntare il disagio.

C’è d’altro canto una difficoltà culturale molto diffusa in questo paese a comprendere che l’estensione dei propri diritti ad altre categorie non mette in discussione la solidità dei propri, nessuno che acquisisce un diritto che non aveva lo ruba a nessun altro che ce l’ha già. I diritti acquisiti restano a tutti.

Però nella storia questa percezione distorta della realtà continua a verificarsi: nei confronti delle donne, dei migranti, delle persone LGBT, delle persone di colore, dei lavoratori, dei credi religiosi. Adesso tocca ai cani. È un classico della chiusura mentale umana.

Il fatto è che le persone, per accettare qualunque cambiamento, hanno bisogno di tempo, tanto tempo.

Quando questi mutamenti avvengono troppo in fretta, la gente reagisce male, si divide, e nascono teorie per giustificare il disagio che non hanno alcun senso logico.

Prova ne è che in certe aree del paese, come le campagne, le montagne, il sud, dove questo cambiamento di considerazione nei confronti dei cani sta arrivando con più lentezza, questi risentimenti fanno fatica ad emergere, come avviene invece nelle grandi città del nord.

C’è quindi una relazione diretta fra la velocità con cui si manifesta un cambiamento e il crescere delle resistenze al cambiamento.

Questi sono i termini del paradosso che stiamo vivendo. Il paradosso della rana bollita. Una rana immersa in una pentola d’acqua fredda che si scalda lentamente sul fuoco, non si accorge che sta per essere bollita, sempre che l’acqua non si scaldi troppo in fretta.

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I cani entrano pesantemente nella nostra vita

Sono entrati in punta di zampe nei nostri cuori, nei nostri pensieri, nelle nostre preoccupazioni, nelle nostre abitudini, e pian piano, senza che ce ne rendessimo conto, sono entrati anche nella nostra tecnologia.
E attraverso quella riescono anche a cambiare la nostra identità anagrafica: io ho la rubrica del cellulare piena di nomi con nomi di cani al posto dei cognomi. Luca Spotty, Enrica Bubù, Antonio Ringo, Giovanna Flipper…
Così se ti chiamano e ti dicono “ciao sono Francesco” sorge immediato il dubbio e spunta la domanda classica: “Scusa, Francesco Pluto o Rambo?”.
Chiariti i dubbi si può proseguire nella conversazione.
Fai l’istruttore cinofilo e pensi che per te sia normale rubricare i clienti così, fin quando non scopri che sui telefonini di metà delle persone che conosci, anche quelle che non hanno il cane (!!!) sei registrato come Duccio Pepe.
I cani influenzano anche le nostre comunicazioni telefoniche.
È un classico conversare con un amico che non vedi da tempo, e mentre gli stai dicendo che avresti proprio voglia di vederlo, ti senti rispondere “Non ci pensare nemmeno.”
Resti per un attimo imbarazzato, poi ti senti dire: “Oh, scusa, parlavo al cane che stava allungando il naso sulla tavola imbandita.”
Il frainteso telefonico, fra persone che hanno il cane, è sempre dietro l’angolo.
Ultimamente i cani sono entrati anche nel computer dell’ufficio. E non solo sui salvaschermi.
Se qualcuno, a fianco alla finestra della call con il suo capo ha quella della telecamera che monitorizza il proprio cane rimasto da solo in casa, capita che possa scappare un improperio fuori luogo se vede il suo cane fare a brandelli il divano… Si rischia il licenziamento e le spiegazioni sarebbero anche peggio della gaffe.
I cani sono diventati influencer. Negli spot televisivi spuntano cani dappertutto: e non solo nelle pubblicità di cibi per animali. C’è sempre un cane protagonista per magnificare l’efficienza nell’aspirare peli delle aspirapolveri di ultima generazione ma anche degli umili stracci per far la polvere. Per venderti la connessione internet il testimonial è un cane. Per rendere più attrattiva qualunque cosa, mettici un cane e farai affari.
C’è una logica in tutto questo: quella che ancora oggi, dopo 36.000 anni di convivenza, per fare la maggior parte delle cose, abbiamo sempre e ancora bisogno di loro.

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Cani dominanti, capibranco e altri animali fantastici

Esiste davvero la “dominanza”? Il problema non è se esista o no, ma cosa sia.
E in genere le risposte sono sempre poco chiare o fantasiose.
I vocabolari e la letteratura cinofila dicono:
“Dominanza: sostantivo femminile derivato di dominare: l’essere dominante. La postura dominante è quella assunta da un cane che vuole comunicare la sua superiorità gerarchica. Questo vuol dire che si sente sicuro di sé e lo dimostra con il suo corpo.”
SI parla perciò di “postura dominante” e non di “cani dominanti”, che possiederebbero come affermano esimi esperti del web, uno stato caratteriale, mentale ed espressivo di dominanza, invariabile in qualunque situazione siano posti.
Un cane che esibisse questo comportamento di continuo, suggerirebbe di rivolgersi non a un istruttore, ma a un medico veterinario comportamentalista, perché se fosse ridotto in uno stato cognitivo simile avrebbe bisogno di farmaci, non di training.
Il linguaggio di specie dei cani include l’aggressività, con tutti quegli atteggiamenti che a noi umani piacciono così poco. Un ringhio è un avviso: “smetti di fare quello che stai facendo”. È dialogo, è confronto nella loro lingua, sono predatori. Non è ancora scontro.
Un cane competente usa la comunicazione aggressiva solo quando è necessaria ed è quasi sempre ritualizzata: i cani equilibrati difficilmente arrivano alla rissa, a far del male o a uccidere.
Un cane equilibrato è un cane sicuro, non un bullo feroce.

  • Un cane sicuro non ha bisogno di andare a importunare di continuo tutti i suoi simili aggredendoli, montandoli, ribaltandoli, mordendoli, per dir loro che il capobranco è lui.
  • Un cane sicuro rivela agli altri cani immediatamente la sua sicurezza, è calmo, competente, ha leadership. E non cerca lo scontro con nessuno.
  • Un cane sicuro non marca come un pazzo su tutte le cose verticali che trova, incluse le gambe degli umani.
  • Un cane sicuro è un cane equilibrato. Se si incontra con un altro cane, lascia che siano i suoi feromoni e come si muove a parlare, non i denti. Se l’altro non ha problemi particolari, capisce. Se non capisce è perché è un adolescente ormonale o un cane impulsivo, e il cane sicuro lo ribalta. Non per dominanza, piuttosto perché l’altro non ha rispetto per lui. E se l’altro è anche lui un cane sicuro, si guardano bene entrambi di fare i cretini.
  • Un cane sicuro lo deve al suo processo di attaccamento con una madre esperta, lo deve all’età, all’esperienza, al suo vissuto, alla relazione che ha con il suo referente, non a certi tipi di addestramento per “farlo diventare un cane dominante”.
  • Un cane sicuro trasmette AUTOREVOLEZZA, non autorità.
  • Un cane sicuro può anche giocare con cani insicuri, ed è capace di dar loro agio e di non farli sentire in difficoltà, di scambiare il suo ruolo, di chiedere il permesso e anche scusa se c’è un fraintendimento. La prima regola del gioco sano è che quando si gioca si è pari. Non si domina nessuno.

Ma allora cos’è questa dominanza?

Ci sono quelli che vi dicono che la dominanza è un comportamento ereditato dai lupi che serve a stabilire chi è il “capobranco”.
Sono sciocchezze senza alcun costrutto etologico: i comportamenti di specie sono coerenti alla struttura sociale e funzionali alla sopravvivenza. Lupi e cani derivano da un antenato comune, ma hanno strutture e comportamenti sociali differenti.
I branchi di lupi sono famiglie, in cui i soggetti detti “dominanti” o alfa, sono semplicemente i genitori, Sì, i genitori, loro. Non siate delusi se non ci sono licantropi in questa storia. Il resto del branco è formato dai figli di prima e seconda generazione. Quando nel branco sono in troppi, alcuni giovani di prima generazione vanno “in dispersione” e si trovano un compagno per formare un nuovo branco. Le attività principali dei lupi sono la caccia e la difesa del territorio, cose per le quali serve la massima collaborazione, non fare a chi ce l’ha più lungo tutto il tempo: servono capacità, competenza, ruolo, regole. E a chi non le rispetta viene detto, nel loro linguaggio. Non servono individui dominanti tutto il tempo.
I branchi di cani (liberi o randagi) sono invece nuclei misti, possono contenere famiglie e soggetti esterni, purché ognuno ricopra un ruolo indispensabile alla sopravvivenza del gruppo: sentinelle, bracci armati, tate, cercatori di risorse. Figure utili, che collaborano. I cani difficilmente cacciano, piuttosto vanno in giro a cercare acqua e cibo buttato via da noi pronto da mangiare, difendono il loro territorio. E il leader, il cosiddetto capobranco, non è quello più cattivo: è quello più anziano, più esperto, più intelligente, quello più autorevole, non il più autoritario. Le discussioni nel branco ci sono, ma hanno motivi precisi. Un cane che mordesse di continuo gli altri nel branco e non rispettasse le regole verrebbe subito allontanato dagli altri, e anche in malo modo. Non incoronato capobranco. E anche qui nessun cane dominante 24/7.
I cani di famiglia poi, i pet, non devono nemmeno cercarsele le risorse. Gliele forniamo noi, nella ciotola, a orari svizzeri, e li riempiamo di premietti. Decidiamo noi quando possono uscire e dove, quando giocare, incontrare altri cani e gestiamo anche la loro riproduzione. Il loro branco è la famiglia adottiva. E quindi chi dovrebbero dominare? Noi? Se accade, e il cane vi monta le gambe o vi ringhia, avete un bel problema con il cane, che non si risolve diventando il capobranco e vessandolo con taser e collari a strozzo, come chi sussurra ai cani vuole farvi credere, ma accreditandosi con lui come affidabili. Diventando autorevoli. Rivolgetevi a un istruttore cinofilo.
Il più delle volte, la cosiddetta “dominanza” è un sintomo di disagio cognitivo.

Spesso i cani si portano fuori casa, nelle relazioni con gli estranei, lo status che gli viene dato in casa, il più delle volte involontariamente, per mancanza di competenze educative.
Ci sono poi cani che hanno scoperto che un atteggiamento aggressivo e di controllo mette in soggezione gli altri cani e lo strumentalizzano per costruirsi una reputazione sociale. Ma del leader non hanno nulla. Sono cani insicuri, che pur essendo stati socializzati non sanno comportarsi adeguatamente nelle varie situazioni, per carenza di pratiche educative.
O semplicemente sono cani stronzi. Esistono anche quelli, i cani sono individui come noi.
Ci sono poi cani conflittuali, in cerca di affermazione, che per abbassare il peso che la competizione con il mondo gli procura, tentano in tutti i modi di sottometterlo o di prenderne possesso. È un comportamento tipico degli adolescenti e di alcune razze, in genere maschi, soprattutto se il proprietario non è stato in grado di impostare corretta educazione e accreditamento in preadolescenza. Reagiscono per primi in modo pesante nelle situazioni di tensione, spingono col posteriore, mettono le zampe addosso, montano e stringono, fiutano con insistenza le aree genitali, cercano di prendere possesso di oggetti e spazi, provocano e si impongono fisicamente, marcano pesantemente. Talvolta assumono un comportamento competitivo, basato su continue prove di forza. Ma non c’è mai la sicurezza dell’assertività, non c’è calma, c’è solo azione e impulsività.
Ecco il ritratto del cosiddetto “cane dominante”. Spesso un cane che ha bisogno di aiuto.
Si tratta di un cane che ha un disagio che va curato. La “dominanza” è quindi un problema comportamentale che deriva da una relazione con il nostro cane impostata male. Se avete un cane così, il consiglio è quello di non andare fieri di avere un cane dominante, come vi suggerisce qualcuno su youtube, ma di rivolgervi il prima possibile a un bravo istruttore cinofilo di approccio CZ.

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Cose che distruggono la relazione con il cane e cose che la costruiscono

Attraverso la smania di controllo sul cane e la ricerca della sola ubbidienza non si costruisce nessuna relazione, solo un rapporto basato sulla paura, la sfiducia e la soggezione.
Tutte le volte che cerchiamo di controllare il cane e ci agitiamo, siamo noi a essere in difficoltà.
Il mio cane mi segue libero al piede perché sceglie di farlo, perché ho costruito la mia relazione con lui sulla fiducia reciproca, non condizionandolo con pratiche addestrative o vessatorie.
I modi di distruggere una relazione o non farla nemmeno nascere e fare insorgere problemi comportamentali nel cane sono molti:

  • picchiarlo, schiacciarlo con la violenza verbale, “per insegnargli chi è il capobranco”
  • vietargli di rotolarsi e giocare con gli altri cani, “perché si sporca e poi mi tocca a lavarlo”
  • strofinargli il muso nella pipì o nella cacca da cucciolo, “per insegnargli a non farla in casa”
  • strattonarlo continuamente al guinzaglio, “così smette di tirare”
  • non portarlo mai fuori oppure poco e sempre nello stesso posto, “perché non ho tempo”
  • non giocare mai con lui, ignorarlo sempre, “perché mi fa fatica”
  • non dargli mai fiducia e libertà dal guinzaglio, “perché ho paura che scappi”
  • non fargli vedere mai altri cani, “perché potrebbero aggredirlo e poi lui è solo per me”
  • non fargli conoscere mai posti nuovi, “perché tanto per il cane è uguale”
  • abbandonarlo tutto il giorno da solo in giardino, “perché deve imparare a fare la guardia”
  • obbligarlo a fare cose di cui ha paura, “tipo ti butto in acqua così impari a nuotare”
  • non aiutarlo quando è in difficoltà, “tanto i cani se la devono sbrigare da soli”
  • ridere dei suoi comportamenti strani o di disagio “perché poi li posto su facebook”
  • portarlo a correre al guinzaglio andando in bicicletta “perché deve fare movimento”.

E su questo insisto. Oltre a essere vietato perché si tratta di maltrattamento anche grave, è pericoloso: escoriazioni ai polpastrelli sull’asfalto, impossibilità di soffermarsi a sentire gli odori, microfratture alle vertebre cervicali se si usa il collare, rischio di essere investiti entrambi e pericolo per il traffico, l’elenco è anche più lungo. La bici è un modo di fare movimento per uomini, non per cani.
Costruire una buona relazione invece richiede tanto impegno ma poche cose; forse una sopra tutte le altre: l’empatia.
I risultati però sono impagabili in termini di intesa, complicità, allineamento e propensione del cane a fare con voi le cose che gli chiedete.

Le 4 buone pratiche dell’empatia sono:

  • assumere la prospettiva del cane, porsi in ascolto, provare a sentire cosa prova il cane
  • non giudicare il cane, accettarlo anche se fa cose che non ci piacciono o non comprendiamo
  • riconoscere le sue emozioni, cioè dargli valore e riconoscerne l’importanza in ogni situazione
  • comunicargli che comprendiamo le sue emozioni e le sue motivazioni a fare, far sentire il cane «percepito» e rassicurato dalla nostra presenza.

Queste non sono cose alternative all’educazione, sono la base per un’educazione efficace.

I 4 strumenti che abbiamo tutti per empatizzare sono:

  • il linguaggio del nostro corpo: i cani sono più attenti a come ci muoviamo che a quello che diciamo. La postura che assumiamo inoltre ci fa cambiare stato emozionale trasmettendolo al cane.
  • la voce: va usata al minimo, solo per gratificare o in casi di effettiva necessità, quando il cane è lontano o siamo fuori dal suo campo visivo.
  • il tono della voce: deve essere calmo e sicuro. Urla, agitazione, continui “no”, sono segnali che allontanano il cane da noi.

• la mente: attenzione ai “cinema” che ci facciamo, ogni stato mentale produce specifici feromoni, che il cane percepisce. La stabilità emotiva trasferisce allineamento, senso di sicurezza e ci “accredita” nei suoi confronti come guide sicure e affidabili.

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Cani che ci sono, cani che ci fanno

I cani mentono? I cani imbrogliano? I cani ricattano? Certo che a volte possono farlo.
E i motivi possono essere tanti quanto i nostri. Mentire, imbrogliare, ricattare sono comportamenti opportunisti di sopravvivenza.
Ti nascondo le mie vere intenzioni o emozioni perché tu non prevenga il mio comportamento.
Ti ingaggio su un falso obiettivo per distrarti e ottenere un’altra cosa.
Ti prendo un oggetto e se non mi dai ciò che voglio non te lo ridò.
Se si ha una relazione solida con il proprio cane, queste tattiche, anche se si presentano, si mantengono all’interno della dimensione ludica, sono gioco, sfide, si riconoscono perché sono siparietti brevi e sporadici. Ma soprattutto siamo in grado di gestirle, stare al gioco o interromperlo se è il caso.
Quando invece si tratta di comportamenti continuativi e abituali, si tratta di problemi che derivano da una relazione mal impostata: quando si impongono troppi divieti al cane, troppe richieste frustranti; quando si chiede solamente e non si da mai, né fiducia né libertà; quando si interviene sui problemi direttamente, solo reprimendo il comportamento senza cercare di comprenderne le cause, che andrebbero rimosse per farlo cessare; quando le regole sociali non sono chiare.
Il cane è un animale sociale e ha bisogno di regole sociali e di un ruolo chiaro in famiglia per il suo stesso sviluppo cognitivo sano. Se il cane si sente escluso dal suo gruppo, se non si sente parte di una squadra in cui ha dei ruoli riconosciuti e gratificati, se non può fare mai nulla, il cane non trova appagamento e va in frustrazione.
Quando il cane non ha una guida, le cose da fare per trovare gratificazione e appagamento le decide in autonomia; se però non ha sviluppato le competenze per poterle affrontare perché non ha imparato a valutare le situazioni, a riflettere, a esercitare gli autocontrolli, ecco che il comportamento può facilmente scivolare fuori dalle regole della convivenza civile.
Ma può anche trasformarsi in ansia e tanti altri stati psicologici negativi.
Chiediamoci cosa gira nel cervello del cane quando ci mente: “Faccio finta di essere tranquillo così mi sganci dal guinzaglio e posso andare a rincorrere i ciclisti e i runner”. Ma perché lo fai? Probabilmente perché non ti ho deresponsabilizzato, non ti ho insegnato chi è fra di noi quello che si occupa dei problemi, ti ho sempre esercitato a rincorrere palline e basta senza pensare che così sviluppavo il tuo istinto predatorio, e adesso quelle che ti sembrano minacce o prede le vuoi gestire tu.
Chiediamoci cosa gira nel cervello del cane quando ci imbroglia: “Ti distraggo dal cibo sul tavolo abbaiando alla porta, tu vai di là a vedere e io ti frego il cibo”. Ma perché mi freghi il cibo? Non certo perché non ti do da mangiare, forse perché eri un randagio, sei appena arrivato in adozione, e questi sono i tuoi schemi operativi; però forse anche perché la nostra relazione è nuova, non si basa ancora sulla fiducia e non sono state impostate regole. Il possesso non è negativo, ma ci sono cose mie, cose tue e cose che condividiamo.
Chiediamoci cosa gira nel cervello del cane quando ci ricatta: “Ti ingaggio con un calzino che ti ho rubato per competere con te”. Pericolosissimo se per farsi ridare il calzino lo si scambiasse con un premietto: i premi dovrebbero essere dati solo se il cane è stato davvero bravo. Se mi ingaggi con il calzino, gioco con te a rincorrerti, non ti premio per ridarmelo. La gratificazione è nel gioco, nel competere, non insegniamo al cane a ottenere le cose attraverso il ricatto. E l’appagamento verrà dallo stare insieme ed esserci stancati a giocare. Un calzino non è così importante.
Ecco perché non è l’esercitare un “controllo” continuo sul cane che rende il cane educato, ma dargli queste competenze nell’ambito e in funzione del gruppo in cui vive, attraverso la dimensione del gioco. Attraverso il gioco si apprendono le regole per stare al mondo insieme agli altri, attraverso il gioco si impara tutto.
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Aiuto, il mio cane tira al guinzaglio!

Uno dei motivi per cui il cane tira al guinzaglio è che attraverso il paraolfatto percepisce il nostro stato d’animo.
I “cinema” che ci facciamo in passeggiata, la nostra ansia che Fido possa scappare, la nostra insicurezza nel gestirlo, in presenza di altri cani o nelle varie situazioni, attraverso l’organo di Jacobson, passano immediatamente al cane.
E cosa fa chiunque (mica solo i cani) quando si trova accanto una persona ansiosa, preoccupata, agitata interiormente, in continua allerta, che vede tutto negativo? Cerca di starle lontano.
Ecco perché il cane tira al guinzaglio: per allontanarsi da tutto questo. E appena può, fugge da una simile nuvola costante di negatività.
Poi non dite: “cane ingrato, mi è scappato”. Non è ingrato, è stressato.
In più, quando viviamo queste ansie, tendiamo ad accorciare il guinzaglio arrotolandolo intorno alla mano, a strattonare il cane, a tirarlo verso di noi, ottenendo tre pessimi risultati:

  1. Strattonandolo lo mettiamo in allerta, comunicandogli che non solo noi, ma tutto il mondo e gli esseri che lo popolano sono terribili minacce e problemi. Facendolo diventare aggressivo e pauroso.
  2. Facciamo tirare il cane ancor di più, perché tirandolo verso di noi lo sbilanciamo. Pensateci: se qualcuno mentre camminate vi tirasse per la giacca, il vostro corpo reagirebbe con una forza uguale e contraria per ripristinare il suo equilibrio, spostandosi nella direzione opposta. Proprio un concetto della fisica, non della psicologia.
  3. Per le leggi del comportamento, un cane che si abitua a tirare tirerà sempre di più. E le vostre passeggiate con il cane si trasformeranno in un incubo. Non solo, distruggerete quella poca relazione che avete con lui.

Qualche consiglio per far finire questo loop da cui non riuscite più ad uscire:

  1. Utilizzate un guinzaglio fisso da tre metri, senza anelli intermedi e portasacchettini delle feci che lo appesantiscono e lo fanno sbatacchiare, uno di quelli semplici con due moschettoni alle estremità, che potete così accorciare a un metro e mezzo (regolamentare in città). Vi permetterà di dare sempre agio al vostro cane in passeggiata.
  2. Gestite la sua lunghezza sempre con due mani, lasciandolo scorrere e allungandolo sui prati quando ha bisogno di annusare e negli incontri; accorciandolo invece quando vedete che il cane è in difficoltà.
  3. Per avere le due mani libere di gestire la lunghezza del guinzaglio, evitate di uscire in passeggiata con il cane con borse troppo ingombranti: uno zainetto è sempre la soluzione migliore.
  4. Non usate, per favore i guinzagli flexi: sembrano comodi ma lo sono solo per voi. La continua tensione, seppur minima, della molla mantiene il cane in costante stato di allerta, comunicandogli che da un momento all’altro potrebbe avvenire una catastrofe. Il flexi, soprattutto con i cani piccoli, è la principale causa dell’avversatività negli incontri con cani e persone in passeggiata. Questi guinzagli a molla, a lungo andare, provocano nei cani un carico di fastidio che accumulandosi nel tempo poi sfocia in comportamenti reattivi e aggressivi.
  5. Lasciategli sempre agio di muoversi quando cammina. E mantenete uno stato emotivo positivo e sicuro. Pian piano percepirà il perimetro del guinzaglio come una zona di sicurezza e smetterà di tirare per allontanarsi da voi.
  6. Se usate una pettorina, passate a quelle “alla romana”, o ad “H”. Le altre oltre a impedire la sua comunicazione non verbale con gli altri cani creando fraintendimenti, non lo lasciano libero nei movimenti. Non è contenendo il cane e mettendogli delle “palle ai piedi” che lo farete camminare al vostro piede…

Se non riuscite nemmeno così, state sbagliando qualcosa di cui non vi siete accorti. Rivolgetevi con fiducia a un bravo istruttore cinofilo.

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Il mio cane sembra sempre capire le mie emozioni. Come fa?

Si dice che i cani sono empatici. Sicuramente sono avvantaggiati nell’esserlo, perché possiedono un senso in più di noi: il paraolfatto.
Di questo senso è responsabile un organo situato all’interno della cavità nasale, detto vomeronasale, o di Jacobson.
Nel cane il sensore di quest’organo si trova sul palato superiore, proprio dietro i picozzi (la coppia centrale di incisivi) ed ha la forma di una piccola pallina. Potete verificarlo anche voi se il vostro cane vi lascia mettere le vostre mani nella sua bocca.
Il paraolfatto non ha nulla a che vedere con l’olfatto, gli odori e l’annusare: gli stimoli che recepisce passano infatti per un canale separato da quello olfattivo nel tragitto per raggiungere l’area del cervello preposta ad analizzarli e discriminarli.
Negli esseri umani quest’organo si atrofizza durante la fase fetale, in quasi tutti gli altri animali non umani, invece, funziona molto efficacemente.
A cosa serve il paraolfatto? A catturare i feromoni e gli ormoni che tutti gli animali, attraverso l’alito, le urine, le feci, il sudore e altre ghiandole del corpo, rilasciano nell’aria attorno a sé.
Ormoni e feromoni sono sostanze molto volatili e, semplificando un po’, senza entrare in complesse descrizioni scientifiche, sono coinvolti in vari processi chimici dell’organismo, tra cui la neurotrasmissione delle emozioni. Tutti le emettiamo, cani e umani compresi.
Quando un individuo è stressato, emette cortisolo; se è sereno, serotonina, se è arrabbiato acetilcolina o norepinefrina; se ha voglia di divertirsi dopamina. E così via, ad ogni emozione corrisponde l’emissione di particolari sostanze.
Tutti siamo avvolti costantemente da una nuvola di sostanze che segnalano il variare del nostro stato emotivo. Solo che noi non possiamo percepirle, il cane invece sì, e molto bene.
Quando si incontrano, la prima cosa che fanno due cani è annusarsi a vicenda. Il mix di odori e feromoni rilasciati dall’altro permette a un cane di ottenere molte informazioni su di lui: chi è, dove vive, che persone, cani e posti frequenta, quanto tempo fa li ha frequentati, quanti anni ha, di che sesso è, se è sano o ammalato, cosa mangia, se è disponibile sessualmente, e infine ma non meno importante, di che umore è.
L’umore influenzerà tutto quello che succederà subito dopo fra loro.
Odori e feromoni di un individuo sono come un biglietto da visita per il cane, di più, un curriculum vitae!
Pensare di poter mentire a un cane su dove siamo stati, cosa abbiamo toccato o mangiato, chi abbiamo visto o di nascondergli come ci sentiamo davvero, è una battaglia persa in partenza.
Con un olfatto 100.000 volte superiore al nostro nel percepire e discriminare gli odori e un senso come il paraolfatto, in grado di percepire il minimo variare dello stato ormonale, il cane è come un superdetective.
E poiché il nostro cane ci sta accanto tutto il tempo, non può fare a meno di percepire la nuvola delle nostre emozioni che ci circonda, finendo per allinearsi sulla loro “lunghezza d’onda”.
Perciò, se ci sembra che il nostro cane capisca come ci sentiamo, non è una nostra impressione, è davvero così.  Se noi siamo ansiosi, tristi, allegri, arrabbiati, sereni o sicuri, anche il cane che ci sta vicino lo diventerà.

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